Analisi comparativa degli studi clinici in omeopatia e in allopatia pubblicato su The Lancet.

Come suggerito da Boiron, continuiamo l’analisi delle sperimentazioni sull’omeopatia. In questo post parliamo di uno studio comparativo tra 110 lavori omeopatici e dei suoi equivalenti allopatici pubblicato da un gruppo dell’università di Berna nel 2005 su The Lancet (Aijing Shang, Karin Huwiler-Müntener, Linda Nartey, Peter Jüni, Stephan Dörig, Jonathan A C Sterne, Daniel Pewsner, Matthias Egger. Are the clinical effects of homoeopathy placebo effects? Comparative study of placebo-controlled trials of homoeopathy and allopathy Lancet 2005; 366: 726–32, pubmed)

Gli autori hanno preso 110 gli studi omeopatici e li hanno confrontati con equivalenti studi allopatici. Per equivalenti s’intende studi sulla stessa patologia usando invece che rimedi omeopatici, medicine allopatiche. Gli studi appartenevano a diverse aree della medicina: infezioni del tratto respiratorio 21 (19%) asma e pollinosi 16 (15%) ginecologia e ostetricia 14 (13%) chirurgia e anestesia 12 (11%) gastroenterologia 12 (11%) disordini muscolo-schelettrici 11 (10%) neurologia 10 (9%) altre aree 14 (13%).

Tra questi 110 lavori, gli autori hanno selezionato gli studi di alta qualità utilizzato come criteri: i lavori a doppio cieco, gli studi che avevano un adeguato metodo di randomizzazione e di occultamento di assegnazione (concealment of treatment allocation – cioè se è difficile o impossibile per il paziente capire se ha ricevuto il trattamento o il placebo). Tra gli studi di alta qualità sono stati scelti quelli che includono il maggior numero di pazienti: in totale 8 per gli studi omeopatici e 6 per gli studi tradizionale. Da notare che gli autori dicono che gli studi in omeopatia sono di qualità migliore degli studi allopatici. Durante il dibattito Borion-Garattini, Borion cita di sfuggita questo lavoro, dicendo che anche gli allopati ammettono che gli studi in omeopatia sono di buona qualità (minuto 28 del dibattito, qui):

… anche le riviste prestigiose, come Lancet, che non esita ad attaccarci, però dicono che [le sperimentazioni omeopatiche] sono fatte piuttosto bene, anche più di quelle dell’allopatia.

Citazione molto selettiva per porsi come campione della sperimentazione ma dimentica di parlare dei risultati:

When the analysis was restricted to large trials of higher quality, the odds ratio was 0·88 (95% CI 0·65–1·19) for homoeopathy (eight trials) and 0·58 (0·39–0·85) for conventional medicine (six trials).

Gli Odds Ratio in questo studio sono costruite nella seguente maniera: valori inferiori a 1 indicano un effetto benefico del trattamento (nella metanalisi di Linde era esattamente l’inverso: gli OR superiori ad 1 indicano un effetto favorevole del trattamento). L’intervallo di confidenza degli studi omeopatici include l’1 che indica che non vi è differenza con il placebo.

Le conclusioni sono:

When account was taken for these biases in the analysis, there was weak evidence for a specific effect of homoeopathic remedies, but strong evidence for specific effects of conventional interventions. This finding is compatible with the notion that the clinical effects of homoeopathy are placebo effects.

… we have shown that the effects seen in placebo controlled trials of homoeopathy are compatible with the placebo hypothesis. By contrast, with identical methods, we found that the benefits of conventional medicine are unlikely to be explained by unspecific effects.

L’importanza del lavoro

L’importanza di questo lavoro non sta nel dire che gli studi omeopatici hanno un effetto terapeutico uguale a zero. (Da notare che molti studi hanno già risposto a questa domanda, per esempio Klaus Linde aveva affrontato questo problema con una metanalisi ma i suoi risultati sono difficilmente interpretabili. I problemi delle metanalisi sono il publication bias e, per quanto ci siano metodi per eliminarlo, i risultati rimangono ambigui). L’importanza sta nel dire che: se utilizziamo lo stesso criterio per selezionare le sperimentazioni cliniche, in omeopatia l’effetto terapeutico scompare, mentre in medicina tradizionale rimane. Shang e colleghi non hanno fatto una metanalisi hanno confrontato coppie di studi clinici omeo- e allo-patici. Il criterio che hanno utilizzato per selezionare gli studi può, e deve, essere messo in discussione ma la forza dello studio è che è lo stesso per tutti e due!!

Un critico può dire: “Lo sanno tutti che l’omeopatia è efficace contro le malattie respiratorie ma non contro le malattie metaboliche”. Accettiamo per un instante che sia vero (anche se non vi sono prove chiare). Si può controbattere che lo stesso squilibrio può essere presente nel caso delle terapie convenzionali, per esempio le medicine tradizionali possono essere meno efficaci per i problemi gastrointestinali rispetto ai rimedi omeopatici.

In questo studio Shang e colleghi hanno trovato un metodo molto robusto per eliminare i bias presenti e confrontare l’effetto terapeutico dell’omeopatia con quello della medicina tradizionale.

Vedremo nel prossimo post i problemi che i critici solleveranno.

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